Il mare è tornato. A coprire la città. Risale limaccioso di terra la conca di Borgo Dora. Si sfilaccia di mille rigagnoli blu. E’ impolverato come un seme che non dà frutto. Le biciclette lo solcano in superficie. Un battello a vapore ne attraversa la corrente, come se fosse adagiato su un letto troppo largo. Io svicolo negli attriti del silicone. Ritrovo il volto di un amico a cui non rivolgo più la parola.

Il mare è tornato. A coprire la città. Risale limaccioso di terra la conca di Borgo Dora. Si sfilaccia di mille rigagnoli blu. E’ impolverato come un seme che non dà frutto. Le biciclette lo solcano in superficie. Un battello a vapore ne attraversa la corrente, come se fosse adagiato su un letto troppo largo. Io svicolo negli attriti del silicone. Ritrovo il volto di un amico a cui non rivolgo più la parola.

Le tracce del neorealismo vanno cercate nei Balcani. La povertà sospesa di una nazione dissolta. Il sangue prepotente dei padroni di casa. Gli scarponi chiodati di gomma e metallo. Gli attori immobili di una guerra civile non dichiarata. Il denaro passato di mano, inconsapevolemente. Cataste di libri richiamano i doveri traditi. Il tempo perduto senza conoscere: il triste elenco dei morti, i volti e le voci dei generali. La spietatezza del campo, la crudeltà stessa dei bambini.

Le tracce del neorealismo vanno cercate nei Balcani. La povertà sospesa di una nazione dissolta. Il sangue prepotente dei padroni di casa. Gli scarponi chiodati di gomma e metallo. Gli attori immobili di una guerra civile non dichiarata. Il denaro passato di mano, inconsapevolemente. Cataste di libri richiamano i doveri traditi. Il tempo perduto senza conoscere: il triste elenco dei morti, i volti e le voci dei generali. La spietatezza del campo, la crudeltà stessa dei bambini.

(Foto: _ankor - Balon - Torino 2010) - Aspettano in fila, il mattino presto. Si guardano con disillusione, e non mi osservano. Io strascisco fra le loro vesti. Sono veri, sono belli. Tanto quanto noi abbiamo smesso di esserlo. Negli anni Settanta. Sfregano le dita su muri gialli, violentati di scritte ribelli. Apolidi, membri di una stessa nazione. Là, fra pietre mosse e buchi d’asfalto interpretano un ruolo segnato. Non hanno bisogno di interrogarsi sul significato della vita.

(Foto: _ankor - Balon - Torino 2010) - Aspettano in fila, il mattino presto. Si guardano con disillusione, e non mi osservano. Io strascisco fra le loro vesti. Sono veri, sono belli. Tanto quanto noi abbiamo smesso di esserlo. Negli anni Settanta. Sfregano le dita su muri gialli, violentati di scritte ribelli. Apolidi, membri di una stessa nazione. Là, fra pietre mosse e buchi d’asfalto interpretano un ruolo segnato. Non hanno bisogno di interrogarsi sul significato della vita.

Correvo nottetempo. Attraversavo filari insidiosi di viti arrugginite. Avevo nella mente il volto di un ceffo rossastro. Si era gonfiato di caramelle per un paio d’anni. Ora il suo grasso strabordava dalla camicia e ci carezzava quando sedevamo. Era amico di tizio, parente di caio. Ciò lo faceva assai fiero di sé. Eppure una lunga disperazione lo coglieva: veniva escluso dal tavolo dei potenti.

Correvo nottetempo. Attraversavo filari insidiosi di viti arrugginite. Avevo nella mente il volto di un ceffo rossastro. Si era gonfiato di caramelle per un paio d’anni. Ora il suo grasso strabordava dalla camicia e ci carezzava quando sedevamo. Era amico di tizio, parente di caio. Ciò lo faceva assai fiero di sé. Eppure una lunga disperazione lo coglieva: veniva escluso dal tavolo dei potenti.

La carrozzina no. Una famiglia di immigrati si stringe nella calca, nel mezzo dell’autobus. Il padre raccoglie la voce per esplicitare la difesa di tutti: madre, figlia e neonato in passeggino. Una vecchia dallo sguardo chiaro inveisce contro di loro perché non tollera il veicolo su cui il pargoletto parcheggiato cerca di dormire. Eppure lo spazio non manca. Quattro vecchietti – non si muovono mai soli – le danno manforte.

La carrozzina no. Una famiglia di immigrati si stringe nella calca, nel mezzo dell’autobus. Il padre raccoglie la voce per esplicitare la difesa di tutti: madre, figlia e neonato in passeggino. Una vecchia dallo sguardo chiaro inveisce contro di loro perché non tollera il veicolo su cui il pargoletto parcheggiato cerca di dormire. Eppure lo spazio non manca. Quattro vecchietti – non si muovono mai soli – le danno manforte.

La donna cinese. Mi investì in motocicletta, mentre attraversavo in bici un incrocio nella geometria sconosciuta della zona Sud della città. Dopo avermi fatto cadere proseguì diritta, immobile verso il muro di una casa. Cadde accasciandosi rigida su un fianco. Era immobile, pareva una statua. Poco dopo – io ero ancora a terra – venne una ragazza, anch’essa orientale, e provò a piegarla. Pareva che volesse spezzarle il collo.

La donna cinese. Mi investì in motocicletta, mentre attraversavo in bici un incrocio nella geometria sconosciuta della zona Sud della città. Dopo avermi fatto cadere proseguì diritta, immobile verso il muro di una casa. Cadde accasciandosi rigida su un fianco. Era immobile, pareva una statua. Poco dopo – io ero ancora a terra – venne una ragazza, anch’essa orientale, e provò a piegarla. Pareva che volesse spezzarle il collo.

L’uomo si frega le mani fra i piccioni. Hanno occupato i tavoli di un ristorante di basso prezzo. Il piscio gli cola sotto la panchina. Lui guarda immemore le pale di un ventilatore che si è guastato. In una borsa spelacchiata nasconde tutta la una vita. Le carte che il destino gli ha giocato non se le ritrova. Alcune le ha perse in un dormitorio. Per compagno ha un vecchio, un immigrato di colore che talvolta gli sorride dall’alto della sua austerità.

L’uomo si frega le mani fra i piccioni. Hanno occupato i tavoli di un ristorante di basso prezzo. Il piscio gli cola sotto la panchina. Lui guarda immemore le pale di un ventilatore che si è guastato. In una borsa spelacchiata nasconde tutta la una vita. Le carte che il destino gli ha giocato non se le ritrova. Alcune le ha perse in un dormitorio. Per compagno ha un vecchio, un immigrato di colore che talvolta gli sorride dall’alto della sua austerità.

Il castello verdeggiava nella pietra. Sulla torre garriva un tricolore strappato, sbiadito lungo una valle cupa e grigia. Noi ci raccogliemmo attorno ad un volto amico. Non domandava, profferiva appena. Stappò un paio di bottiglie di vino. Ci descrisse il destino beffardo di due giovani immigrati. Un uomo che aveva perso il posto per aver dato da mangiare alla femmina sbagliata. Una donna che aveva ucciso sua figlia soffocandola contro un sedile mentre lavorava ad una macchina industriale.

Il castello verdeggiava nella pietra. Sulla torre garriva un tricolore strappato, sbiadito lungo una valle cupa e grigia. Noi ci raccogliemmo attorno ad un volto amico. Non domandava, profferiva appena. Stappò un paio di bottiglie di vino. Ci descrisse il destino beffardo di due giovani immigrati. Un uomo che aveva perso il posto per aver dato da mangiare alla femmina sbagliata. Una donna che aveva ucciso sua figlia soffocandola contro un sedile mentre lavorava ad una macchina industriale.

Vennero che eravamo svegli da poco. Bussarono senza aspettare, sapevano che avremmo aperto. Ero io il più impaurito, per questo forse cercavo di rincuorare gli altri. Stettero a lungo in silenzio, poi presero il primo. Non ricordo se l’acqua fosse più spesso bollente o gelata. Vollero punirlo sotto i nostri occhi. Là fuori tutto scorreva tranquillo. Mentre lo massacravano. La messa in scena della bellezza continuava ovattata, fine a sé stessa.

Vennero che eravamo svegli da poco. Bussarono senza aspettare, sapevano che avremmo aperto. Ero io il più impaurito, per questo forse cercavo di rincuorare gli altri. Stettero a lungo in silenzio, poi presero il primo. Non ricordo se l’acqua fosse più spesso bollente o gelata. Vollero punirlo sotto i nostri occhi. Là fuori tutto scorreva tranquillo. Mentre lo massacravano. La messa in scena della bellezza continuava ovattata, fine a sé stessa.

Mi tossiscono le palpebre. Non vedo il freddo che stringe la città. Resto chiuso in una muta terracotta. I cani abbaiano fermi al semaforo. Le orecchie prudono sprizzando sangue. L’incrocio lo attraversa un mendicante. Nei buchi strappati dei suoi panni riconosco la faccia di un sacerdote. Abbiamo smesso di parlarci da molto tempo. Lui non faceva che lisciarsi la barba. Ascoltava le mie domande, ma non rispondeva. Un giorno persi la pazienza.

Mi tossiscono le palpebre. Non vedo il freddo che stringe la città. Resto chiuso in una muta terracotta. I cani abbaiano fermi al semaforo. Le orecchie prudono sprizzando sangue. L’incrocio lo attraversa un mendicante. Nei buchi strappati dei suoi panni riconosco la faccia di un sacerdote. Abbiamo smesso di parlarci da molto tempo. Lui non faceva che lisciarsi la barba. Ascoltava le mie domande, ma non rispondeva. Un giorno persi la pazienza.


Altre idee
Pinterest
Cerca