Il piccolo burattinaio di Varsavia, Eva Weaver

Polonia, 1938. La storia di un coccodrillo, un giullare, una scimmia, una principessa e un principe: sono i burattini di Mika, un bambino di Varsavia. E poi la storia di Max, un ufficiale tedesco che gli propone un patto terrificante... Ecco una selezione delle illustrazioni di Piero Macola contenute ne "Il piccolo burattinaio di Varsavia", un libro che ci racconta come la fantasia e il sogno siano un antidoto al buio e alla tragedia
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Max si precipitò da lei. Rimasero abbracciati a lungo. La pelle di Erna aveva un leggero profumo di giglio. Max le baciò dolcemente i capelli, erano ben pettinati e di un color mogano appena striato da qualche filo bianco. Poi la baciò sulle labbra.

Debut novel by Eva Weaver published by Weidenfeld& Nicholson, London April 2013

La crudele routine continuava: ogni settimana  i tedeschi mi obbligavano a inventare nuovi  spettacoli per ufficiali e soldati. E sempre la sera  del venerdì, quando per noi inizia il riposo dello  Shabbat; come se non ci avessero tormentati  abbastanza, i ratti traevano un piacere tutto  particolare nell’usare lo Shabbat per il loro  macabro divertimento, rendendo me e altri  ebrei loro complici.

La crudele routine continuava: ogni settimana i tedeschi mi obbligavano a inventare nuovi spettacoli per ufficiali e soldati. E sempre la sera del venerdì, quando per noi inizia il riposo dello Shabbat; come se non ci avessero tormentati abbastanza, i ratti traevano un piacere tutto particolare nell’usare lo Shabbat per il loro macabro divertimento, rendendo me e altri ebrei loro complici.

La sera in cui i tedeschi se ne andarono ci riunimmo al 18 di via Mila, nel bunker principale, esaltati, e chi aveva ancora una preziosa bottiglia di vodka la condivideva felicemente. Qualcuno mostrò le pistole prese ai tedeschi durante le imboscate, e Andre tirò fuori da sotto la sua brandina un malconcio registratore. E per quella notte di gloria ci arrischiammo a mettere della musica – dal valzer al jazz. Fu la prima e ultima volta che ballai con Ellie.

La sera in cui i tedeschi se ne andarono ci riunimmo al 18 di via Mila, nel bunker principale, esaltati, e chi aveva ancora una preziosa bottiglia di vodka la condivideva felicemente. Qualcuno mostrò le pistole prese ai tedeschi durante le imboscate, e Andre tirò fuori da sotto la sua brandina un malconcio registratore. E per quella notte di gloria ci arrischiammo a mettere della musica – dal valzer al jazz. Fu la prima e ultima volta che ballai con Ellie.

Mentre il nostro drappello avanzava in un’oscurità senza fine, persi il senso del tempo. Procedevamo a quattro zampe, aprendoci un varco nel filo spinato, immersi fino al petto nelle acque di scarico, cercando di rimanere uniti. Ci inoltrammo in quel labirinto putrescente per più di venti ore, con qualche torcia e un’incerta mappa delle fogne disegnata a mano, cercando di allontanare i topi con i bastoni, e provando a non ingoiare le acque scure.

Mentre il nostro drappello avanzava in un’oscurità senza fine, persi il senso del tempo. Procedevamo a quattro zampe, aprendoci un varco nel filo spinato, immersi fino al petto nelle acque di scarico, cercando di rimanere uniti. Ci inoltrammo in quel labirinto putrescente per più di venti ore, con qualche torcia e un’incerta mappa delle fogne disegnata a mano, cercando di allontanare i topi con i bastoni, e provando a non ingoiare le acque scure.

Mi occupo dei bambini dell’orfanotrofio da anni, ma da quando siamo rinchiusi nel ghetto, il numero è cresciuto a dismisura, soprattutto negli ultimi mesi. Ormai non c’è più posto, ma ogni volta che un bambino bussa alla porta, non me la sento di lasciarlo fuori. Purtroppo, però, non abbiamo abbastanza cibo per sfamare tutte queste piccole bocche.

Mi occupo dei bambini dell’orfanotrofio da anni, ma da quando siamo rinchiusi nel ghetto, il numero è cresciuto a dismisura, soprattutto negli ultimi mesi. Ormai non c’è più posto, ma ogni volta che un bambino bussa alla porta, non me la sento di lasciarlo fuori. Purtroppo, però, non abbiamo abbastanza cibo per sfamare tutte queste piccole bocche.

Mamma temeva che spiandoli avremmo attirato gli aeroplani su di noi, mentre io credevo che tenendoli d’occhio, le bombe ci avrebbero risparmiato. Era un pensiero assurdo, tuttavia per diverse notti Tatus si unì a me. Cos’altro potevamo fare? Dopo giorni e giorni chiusi in casa, distrutti dall’insonnia, ci facevano male e gli arti e gli occhi.

Mamma temeva che spiandoli avremmo attirato gli aeroplani su di noi, mentre io credevo che tenendoli d’occhio, le bombe ci avrebbero risparmiato. Era un pensiero assurdo, tuttavia per diverse notti Tatus si unì a me. Cos’altro potevamo fare? Dopo giorni e giorni chiusi in casa, distrutti dall’insonnia, ci facevano male e gli arti e gli occhi.

Eravamo davvero giunti nella tana del diavolo. Attraverso una spessa nube di fumo, scorsi un centinaio di soldati, i ratti dei miei incubi. Chiacchieravano, appoggiati a lunghi tavoli, liberi dagli elmetti, le giacche abbandonate sulle sedie. Molti giocavano a  carte: tenendole in mano, prima di posarle sul tavolo, una carta alla volta, ridendo sguaiatamente. Nell’aria, l’odore di sudore stantio si mescolava al fumo delle sigarette, fumate o buttate a spegnersi per terra, e della birra.

Eravamo davvero giunti nella tana del diavolo. Attraverso una spessa nube di fumo, scorsi un centinaio di soldati, i ratti dei miei incubi. Chiacchieravano, appoggiati a lunghi tavoli, liberi dagli elmetti, le giacche abbandonate sulle sedie. Molti giocavano a carte: tenendole in mano, prima di posarle sul tavolo, una carta alla volta, ridendo sguaiatamente. Nell’aria, l’odore di sudore stantio si mescolava al fumo delle sigarette, fumate o buttate a spegnersi per terra, e della birra.

Si mise il coltello in tasca e poco dopo ripartì, adesso avvolto in tre coperte, il berretto ben calato sul viso. Per distrarsi, si mise a contare i propri passi, cominciando da capo ogni volta che perdeva il conto: — Centotré, centoquattro, centocinque… — Ma non ce la faceva a lungo.

Si mise il coltello in tasca e poco dopo ripartì, adesso avvolto in tre coperte, il berretto ben calato sul viso. Per distrarsi, si mise a contare i propri passi, cominciando da capo ogni volta che perdeva il conto: — Centotré, centoquattro, centocinque… — Ma non ce la faceva a lungo.

La notte seguente mi svegliai sudato e  tremante, sapevo di cosa avevo bisogno:  dovevo vedere gli occhi dei bambini posarsi ancora sui burattini, perché quando brillavano di gioia anche in me qualcosa si accendeva e tornava a vivere.���

La notte seguente mi svegliai sudato e tremante, sapevo di cosa avevo bisogno: dovevo vedere gli occhi dei bambini posarsi ancora sui burattini, perché quando brillavano di gioia anche in me qualcosa si accendeva e tornava a vivere.

Gli uomini tossivano e borbottavano, ma quasi non parlavano, il freddo siderale li aveva zittiti. Non avevano coperte né oggetti personali. Una piccola stufa aveva scaldato un po’ chi le sedeva accanto, ma nel giro di pochi giorni la legna era finita. Così non rimaneva loro che sedersi uno accanto all’altro tremando, stretti nei sudici cappotti delle uniformi. Gli occhi, vitrei e arrossati, erano l’unica parte del corpo scoperta, il vapore emanato dalle narici, l’unico debole segno di vita.

Gli uomini tossivano e borbottavano, ma quasi non parlavano, il freddo siderale li aveva zittiti. Non avevano coperte né oggetti personali. Una piccola stufa aveva scaldato un po’ chi le sedeva accanto, ma nel giro di pochi giorni la legna era finita. Così non rimaneva loro che sedersi uno accanto all’altro tremando, stretti nei sudici cappotti delle uniformi. Gli occhi, vitrei e arrossati, erano l’unica parte del corpo scoperta, il vapore emanato dalle narici, l’unico debole segno di vita.

— Grazie — disse la donna. Stavo per allontanarmi quando ricordai una cosa. Rapido, raggiunsi di nuovo la donna prima che scomparisse nel buio. Tirai fuori un burattino, e glielo porsi. — Per favore, dallo a Ester quando si sveglierà. — Lo farò, adesso vai. Sapevo che dall’indomani non sarebbe più stata Ester. Non avrebbe più avuto un nome ebraico come quello. Si sarebbe  chiamata Margaret, o Domenica, o Ania, al caldo in un letto  pulito, con genitori cristiani.��

— Grazie — disse la donna. Stavo per allontanarmi quando ricordai una cosa. Rapido, raggiunsi di nuovo la donna prima che scomparisse nel buio. Tirai fuori un burattino, e glielo porsi. — Per favore, dallo a Ester quando si sveglierà. — Lo farò, adesso vai. Sapevo che dall’indomani non sarebbe più stata Ester. Non avrebbe più avuto un nome ebraico come quello. Si sarebbe chiamata Margaret, o Domenica, o Ania, al caldo in un letto pulito, con genitori cristiani.

Ciò che aveva visto fece nascere in Mara una fame, un desiderio feroce di sondare le profondità dell’animo umano. Col  tempo scoprì fotografie, disegni, racconti, addirittura alcune  poesie di chi era sopravvissuto ed era ancora in grado di parlare delle deportazioni. Imparò il nome di quella tragedia: “Olocausto”. Quello che le persone potevano farsi l’una all’altra le  lasciava in bocca un sapore amaro e ripugnante.���..

Ciò che aveva visto fece nascere in Mara una fame, un desiderio feroce di sondare le profondità dell’animo umano. Col tempo scoprì fotografie, disegni, racconti, addirittura alcune poesie di chi era sopravvissuto ed era ancora in grado di parlare delle deportazioni. Imparò il nome di quella tragedia: “Olocausto”. Quello che le persone potevano farsi l’una all’altra le lasciava in bocca un sapore amaro e ripugnante...

Stavo rischiando la mia miserabile vita già per il fatto di essere uscito dopo il coprifuoco, senza considerare il fatto che mi aggiravo nei pressi del Wache. Mi avvicinai rapidamente, evitando i poderosi fari delle torrette di guardia. Poi mi imposi di rimanere immobile, schiacciato nel buio, in attesa. Dopo un po’ non mi sentivo più il piede destro.

Stavo rischiando la mia miserabile vita già per il fatto di essere uscito dopo il coprifuoco, senza considerare il fatto che mi aggiravo nei pressi del Wache. Mi avvicinai rapidamente, evitando i poderosi fari delle torrette di guardia. Poi mi imposi di rimanere immobile, schiacciato nel buio, in attesa. Dopo un po’ non mi sentivo più il piede destro.

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