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Una scolaresca ad Auschwitz. Cinque scatti prima di Italia-Spagna (a cura di Francesco Zucconi)

Mercoledì 6 giugno, quattro giorni prima del debutto in questo Europeo di Polonia e Ucraina, i ventidue convocati della Nazionale Italiana di calcio hanno visitato i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau. Di quell’esperienza restano alcuni scatti fotografici, pubblicati da Repubblica.it, che continuano ad attirare la mia attenzione. Come accadeva al Roland Barthes della "Camera chiara", avverto che c’è qualcosa di interessante in queste fotografie, ma non riesco da subito a capire cos’è.
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Quello che mi colpisce in questa foto è l’immagine della scolaresca. Questo scatto coincide con il punto di vista classico sul campo di Auschwitz, una costante iconografica. Sui binari sono seduti i ragazzi, come a cercare un attimo di riposo. Noto, come qualcosa di straniante, la tuta blu.

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L’orologio d’oro di Balotelli e il suo crestino. Il centravanti della Nazionale si trova sul binario che conduceva i deportati allo sterminio. Quello stesso binario che Alain Resnais autore di "Nuit et bruillard" (1955) decise di non solcare con il proprio carrello cinematografico, preferendo un avvicinamento “laterale”, e che Claude Lanzmann decise invece di ri-percorrere nel suo "Shoah" (1985).

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C’è la scolaresca e ci sono gli insegnanti che moderano l’incontro con un responsabile della comunità ebraica e con i superstititi del campo di sterminio. Il giovane Demetrio Albertini, al centro dell’immagine, è passato da poco a giacca e cravatta. [...] Ci voleva proprio qualcosa come un’incontro con la Storia, un momento di forte impatto morale, per far vedere che quando arriva il momento, anche i discoli e i monelli sanno come comportarsi.

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Il titolo di questa immagine potrebbe essere: “l’impegno nello scatto fotografico”. Il punto non è che probabilmente Cassano ha messo le cuffie con l’audioguida al contrario. Ciò che si nota è l’altezza dei suoi gomiti. Chi è il signore con i baffi dietro di lui? La ripetizione della stessa postura e la simultaneità dello scatto produce una sensazione di artificiosità. Il dovere di fotografia nel luogo della memoria.

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Anche se non è presente nell’immagine, vedo il fotografo e il suo compiacimento per questo scatto inequivocabile: la Nazionale Italiana è stata qui: in primo piano Chiellini, una bandiera, e sullo sfondo la scritta che sovrasta il cancello d’ingresso ad Auschwitz. Forse l’unica frase in lingua tedesca universalmente conosciuta. I ragazzi avvertono l’occhio del fotografo. Se di solito intrattengono uno sguardo complice, qui cercano e trovano l’indifferenza come forma della compostezza.

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repubblica.it