Mobili barocchi

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Le tempesta deflagrò che ero in piazza Carlo Alberto. La copisteria era chiusa, così decisi di ripararmi in una galleria d’arte. C’erano mobili barocchi, dipinti dell’Ottocento e qualche astrusa cianfrusaglia del primo dopoguerra. Il proprietario mi guardò con gli occhi sbarrati. Più che un uomo, sembrava un teschio coperto da un sottile filo di carne. Io non sapevo che dirgli. Almeno fosse stata una libreria antiquaria: avrei potuto inventarmi qualcosa da raccontare.

Le tempesta deflagrò che ero in piazza Carlo Alberto. La copisteria era chiusa, così decisi di ripararmi in una galleria d’arte. C’erano mobili barocchi, dipinti dell’Ottocento e qualche astrusa cianfrusaglia del primo dopoguerra. Il proprietario mi guardò con gli occhi sbarrati. Più che un uomo, sembrava un teschio coperto da un sottile filo di carne. Io non sapevo che dirgli. Almeno fosse stata una libreria antiquaria: avrei potuto inventarmi qualcosa da raccontare.

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Comodini myArtistic Splinter barocco restaurati e dipinti a mano., by myartistic, 1.800,00 € su #misshobby

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Il mare è tornato. A coprire la città. Risale limaccioso di terra la conca di Borgo Dora. Si sfilaccia di mille rigagnoli blu. E’ impolverato come un seme che non dà frutto. Le biciclette lo solcano in superficie. Un battello a vapore ne attraversa la corrente, come se fosse adagiato su un letto troppo largo. Io svicolo negli attriti del silicone. Ritrovo il volto di un amico a cui non rivolgo più la parola.

Il mare è tornato. A coprire la città. Risale limaccioso di terra la conca di Borgo Dora. Si sfilaccia di mille rigagnoli blu. E’ impolverato come un seme che non dà frutto. Le biciclette lo solcano in superficie. Un battello a vapore ne attraversa la corrente, come se fosse adagiato su un letto troppo largo. Io svicolo negli attriti del silicone. Ritrovo il volto di un amico a cui non rivolgo più la parola.

Mi tossiscono le palpebre. Non vedo il freddo che stringe la città. Resto chiuso in una muta terracotta. I cani abbaiano fermi al semaforo. Le orecchie prudono sprizzando sangue. L’incrocio lo attraversa un mendicante. Nei buchi strappati dei suoi panni riconosco la faccia di un sacerdote. Abbiamo smesso di parlarci da molto tempo. Lui non faceva che lisciarsi la barba. Ascoltava le mie domande, ma non rispondeva. Un giorno persi la pazienza.

Mi tossiscono le palpebre. Non vedo il freddo che stringe la città. Resto chiuso in una muta terracotta. I cani abbaiano fermi al semaforo. Le orecchie prudono sprizzando sangue. L’incrocio lo attraversa un mendicante. Nei buchi strappati dei suoi panni riconosco la faccia di un sacerdote. Abbiamo smesso di parlarci da molto tempo. Lui non faceva che lisciarsi la barba. Ascoltava le mie domande, ma non rispondeva. Un giorno persi la pazienza.

Vennero che eravamo svegli da poco. Bussarono senza aspettare, sapevano che avremmo aperto. Ero io il più impaurito, per questo forse cercavo di rincuorare gli altri. Stettero a lungo in silenzio, poi presero il primo. Non ricordo se l’acqua fosse più spesso bollente o gelata. Vollero punirlo sotto i nostri occhi. Là fuori tutto scorreva tranquillo. Mentre lo massacravano. La messa in scena della bellezza continuava ovattata, fine a sé stessa.

Vennero che eravamo svegli da poco. Bussarono senza aspettare, sapevano che avremmo aperto. Ero io il più impaurito, per questo forse cercavo di rincuorare gli altri. Stettero a lungo in silenzio, poi presero il primo. Non ricordo se l’acqua fosse più spesso bollente o gelata. Vollero punirlo sotto i nostri occhi. Là fuori tutto scorreva tranquillo. Mentre lo massacravano. La messa in scena della bellezza continuava ovattata, fine a sé stessa.

Il castello verdeggiava nella pietra. Sulla torre garriva un tricolore strappato, sbiadito lungo una valle cupa e grigia. Noi ci raccogliemmo attorno ad un volto amico. Non domandava, profferiva appena. Stappò un paio di bottiglie di vino. Ci descrisse il destino beffardo di due giovani immigrati. Un uomo che aveva perso il posto per aver dato da mangiare alla femmina sbagliata. Una donna che aveva ucciso sua figlia soffocandola contro un sedile mentre lavorava ad una macchina industriale.

Il castello verdeggiava nella pietra. Sulla torre garriva un tricolore strappato, sbiadito lungo una valle cupa e grigia. Noi ci raccogliemmo attorno ad un volto amico. Non domandava, profferiva appena. Stappò un paio di bottiglie di vino. Ci descrisse il destino beffardo di due giovani immigrati. Un uomo che aveva perso il posto per aver dato da mangiare alla femmina sbagliata. Una donna che aveva ucciso sua figlia soffocandola contro un sedile mentre lavorava ad una macchina industriale.

L’uomo si frega le mani fra i piccioni. Hanno occupato i tavoli di un ristorante di basso prezzo. Il piscio gli cola sotto la panchina. Lui guarda immemore le pale di un ventilatore che si è guastato. In una borsa spelacchiata nasconde tutta la una vita. Le carte che il destino gli ha giocato non se le ritrova. Alcune le ha perse in un dormitorio. Per compagno ha un vecchio, un immigrato di colore che talvolta gli sorride dall’alto della sua austerità.

L’uomo si frega le mani fra i piccioni. Hanno occupato i tavoli di un ristorante di basso prezzo. Il piscio gli cola sotto la panchina. Lui guarda immemore le pale di un ventilatore che si è guastato. In una borsa spelacchiata nasconde tutta la una vita. Le carte che il destino gli ha giocato non se le ritrova. Alcune le ha perse in un dormitorio. Per compagno ha un vecchio, un immigrato di colore che talvolta gli sorride dall’alto della sua austerità.

Occhi verdi tagliavano il bordo del tavolo, si nascondevano in una tazza di tè. Un padre gridava. Accumulava ira sulla spalle di un figlio. I fiori del vestito di Alba consumavano feriti un soffio di lana. Le mie indecisioni salivano dal basso, si esaurivano irrequiete in un boccale di birra. I neri si accalcavano sulle ringhiere di una libreria. Le voci scorrevano sotto i portici senza più raccapezzarsi. Il distacco si celebrò nella vecchia stazione.

Occhi verdi tagliavano il bordo del tavolo, si nascondevano in una tazza di tè. Un padre gridava. Accumulava ira sulla spalle di un figlio. I fiori del vestito di Alba consumavano feriti un soffio di lana. Le mie indecisioni salivano dal basso, si esaurivano irrequiete in un boccale di birra. I neri si accalcavano sulle ringhiere di una libreria. Le voci scorrevano sotto i portici senza più raccapezzarsi. Il distacco si celebrò nella vecchia stazione.

Correvo nottetempo. Attraversavo filari insidiosi di viti arrugginite. Avevo nella mente il volto di un ceffo rossastro. Si era gonfiato di caramelle per un paio d’anni. Ora il suo grasso strabordava dalla camicia e ci carezzava quando sedevamo. Era amico di tizio, parente di caio. Ciò lo faceva assai fiero di sé. Eppure una lunga disperazione lo coglieva: veniva escluso dal tavolo dei potenti.

Correvo nottetempo. Attraversavo filari insidiosi di viti arrugginite. Avevo nella mente il volto di un ceffo rossastro. Si era gonfiato di caramelle per un paio d’anni. Ora il suo grasso strabordava dalla camicia e ci carezzava quando sedevamo. Era amico di tizio, parente di caio. Ciò lo faceva assai fiero di sé. Eppure una lunga disperazione lo coglieva: veniva escluso dal tavolo dei potenti.

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